CORRIERE DELLA SERA

Giovedì, 12 maggio 2005

Questa è la recensione di Ettore Mo pubblicata sul Corriere della sera del libro di Gigi Dal Bon, "Karica vitale. Carriera di un tossico", Edizioni Biblioteca dell'immagine (Pordenone), pagine 152, 11 euro

Un libro sconvolgente (un pugno nello stomaco, ha scritto qualcuno) questo Karica vitale - proprio così, K e non C - in cui il friulano Gigi Dal Bon racconta la sua storia di tossicodipendente e di malato di Aids - "un abbraccio demenziale" tra droga e virus - il viaggio di un uomo - scrive Pino Roveredo nella prefazione - "mille volte ucciso e mille rinato".

Una storia simile a molti ragazzi - si legge nelle pagine iniziali - che alla fine degli anni 70 avevano diciott'anni. A Pordenone si danno convegno su una panchina la mattina presto, a tarda sera o a notte inoltrata sotto i lampioni ed è proprio da lì che Gigi e i suoi amici e coetanei avrebbero cominciato a "farsi" con l'eroina e a vivere per strada. Sarebbero diventati i "ragazzi della panchina".

Nessuno, a Pordenone, avrebbe mai pensato che Gigi Dal Bon (oggi quarantacinquenne), con una "carriera" più che ventennale da tossicodipendente, dentro e fuori ospedali e prigioni, avrebbe saputo mettersi a tavolino e raccontare, una volta uscito dal tunnel, la sua angosciosa esperienza. Scrive Roveredo: "Ricordo che Gigi, alle prime, aveva esitato. D'altronde affrontare il viaggio dentro la propria storia non è facile per nessuno. Per il professor Gian Piero Turchi, docente di psicologia all'Università di Padova, "Karica vitale" è la "summa" del percorso biografico intrapreso da Gigi; che nel risvolto di copertina fa la più amara delle confessioni: "Mi sono svegliato tossico, mi sono svegliato drogato e poi mi sono perso gli anni dentro gli ospedali, le galere, con addosso il marchio di chi si è castrato la vita proprio al culmine di una forza giovanile, subendo anche una condanna che mi vieterà per sempre di diventare adulto: la sieropositività".

"Oggi - scrive - ho 45 anni e con sorpresa e gioia sto invecchiando da 20 con il mio virus... Sono un pò stanco ed è finito il tempo dei bilanci con i fantasmi del passato". Velocemente, ma efficacemente, il libro ripercorre le tappe di un'esistenza vissuta con ansia, inquietudine, sofferenza. La naia; i viaggi all'estero, in Olanda, Grecia, Spagna, altrove; i rapporti con le ragazze, più o meno rapidi e transitori finché arriva l'innamoramento (il primo, il vero) con una ragazza di 17 anni, "piena di grazia e responsabilità", che "sembrava il sentimento eterno".

Un amore che gli crea qualche problema di coscienza, "visto che avevo avuto qualche comportamento a rischio". Si continuava allora a parlare della peste del Duemila e lui decide di sottoporsi a un esame del sangue. Il verdetto medico arriva subito: "Positivo. Merda. Prima fitta di dolore, che ti fa perdere l'equlibrio... Ero un ragazzo di 25 anni... Per fortuna lei non era stata contagiata".

Però continua a farsi le canne e ci scappa anche qualche pera. Avverte l'intolleranza dei suoi compaesani, che non riescono a capire i ragazzi della panchina, considerati degli alieni, dei marziani, e continuano a chiedergli: perché ti droghi? o sei omosessuale? Per reazione - confessa - "mi misi a a fare il tossico con la t maiuscola". Fare il tossico - aggiunge - non è una cazzata. E' un lavoro con molti straordinari e altrettanti imprevisti, massacrante e pericoloso.
Non rimane molto tempo per fare altro: si ricomincia da niente tutti i giorni, buco dopo buco, esclusivamente per sopravvivere... A questo punto, tossico per tossico, ero pronto a fare lo spacciatore".

Per i "nervi di un eroinomane" non esiste altra "gioia" che la droga: quando "sei fatto - spiega nei dettagli - non te ne frega niente fino al prossimo buco, togli la siringa, lecchi con la bocca la goccia di sangue sul braccio e ti accendi una cicca". Il risultato è che si muore. La panchina non è più tanto affollata oggigiorno: "Uno alla volta ho visto sparire gran parte dei miei amici".

Ma alla fine arriva il tempo del riscatto e scrive Gigi Dal Bon, "sentivo che l'eroina non avrebbe più rubato tempo alla mia quotidianità", guadagnandosi la comprensione e il sostegno del poeta Andrea Zanzotto che, nella postfazione al libro, invita lo scrittore e i "cari ragazzi della panchina" a "combattere su questo maledetto fronte".


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