Il protagonista, Gigi Dal Bon

Martedì, 31 Maggio 2005

IL PROTAGONISTA, GIGI DAL BON

(S.F.) L'aria è sofferente, la voce un soffio rauco che graffia nel profondo. Gigi Dal Bon è il primo a stupirsi di essere ancora vivo: "Ho vissuto per anni aspettando la morte - racconta - poi mi sono reso conto, con stupore, che non arrivava. Se ho deciso di raccontare la mia esperienza non è per insegnare chissà cosa, ma per far acquisire un po' di consapevolezza a chi può essere tentato dal ripercorrere la mia strada".

Una strada cominciata, come racconta il suo libro, un quarto di secolo fa (ora Dal Bon ha 45 anni), per leggerezza, divertimento, voglia di sballare, tra una famiglia in cui si comunicava poco, una naia fallimentare, qualche compagnia un po' troppo trasgressiva. Un percorso comune a tanti giovani di quella generazione, traditi nelle loro aspettative di una società diversa, ma anche dal le troppe scorciatoie imboccate, e da progetti più fantasiosi che concreti. Anche se Dal Bon non scarica su nessuno i propri errori, e se n'è accolla ancora oggi tutti i costi.

E in quel sottotitolo "carriera di un tossico" ha messo anche un pizzico di ironia: "Oggi se non fai carriera - dice - non sei proprio nessuno". "Sono un sopravvissuto - racconta ancora - e ho avuto la fortuna di ritrovare la mia famiglia, il dialogo con mio padre, e ora anche di tornare a innamorarmi e riprendere a vivere, anche se con tutti i disagi della mia condizione di malato".

E forse proprio nella malattia Gigi Dal Bon ha trovato lo shock necessario per tornare a combattere. Un colpo terribile, che spazza via ogni progetto, compreso un giovane amore che lo stava salvando. Ecco come l'autore racconta l'esito dell'esame: "Positivo. Merda. Prima fitta di dolore, fitta che ti fa perdere l'equilibrio, fitta che si espande dentro al corpo, fitta che ti sale e s'insinua in testa, come un tarlo, fitta da masticare tutti i giorni fino alla disperazione".

Ma nell'accettazione del suo stato c'è anche la conclusione, positiva, della storia: perchè ora Dal Bon è capace di rivolgersi alla sua ingombrante compagna di vita chiamandola "amica malattia", e descrivendola come "fedele, preziosa, unica". "Se è vero che guarire significa saper comunicare con se stessi, di cosa mi hai parlato in questi lunghi vent'anni?". La risposta è nelle ultime righe, prima della partecipe postfazione di Andrea Zanzotto, che nei "ragazzi della panchina" ha incontrato dei compagni di resistenza al dolore.

"Se oggi mi trovassi faccia a faccia col Luigi di 25 anni fa - scrive Dal Bon - gli direi: "non dare niente per scontato e lasciati sorprendere dal la meravigliosa bellezza della vita, che ha sempre qualcosa in serbo. E ascoltati di più dentro, per sentire di cosa veramente hai bisogno. E non fuggire davanti alle contrarietà, non scappare a rifugiarti in un mondo illusorio".


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