LA KARICA VITALE
Gigi Dal Bon

Gigi dal Bon. LA KARICA VITALE

La copertina, innanzitutto. Gigi Dal Bon ci mette la faccia, sotto quel titolo (Karica vitale, carriera di un tossico. Edizioni Biblioteca dell'Immagine, Euro 11) e di primo acchito si pensa ad una volontà di stupire, di scioccare il lettore. Ciò che stupisce, in realtà, è il percorso scelto da Dal Bon per ricondurci, alla fine del suo viaggio letterario, al senso di questa copertina. Riesce, attraverso un percorso sofferto, dove decine di campagne pubblicitarie, di messaggi preventivi, di parole spese in questi anni hanno fallito: riesce cioè a normalizzare l'aids, a trattarlo come una malattia, talmente presente in lui, talmente insinuatasi nei suoi tessuti che è impossibile per lui pensarsi senza di lei. Una parte di sé, un'amica diventa alla fine di questo percorso. Qualcosa da ascoltare, qualcosa che se da un lato ha colpito il fisico, per contro ha arricchito la parte più intima di sé fino a diventarne, dopo una dolorosa presa di coscienza, una paradossale risorsa per capirsi. Svuotata del suo peso di "peste" dei giorni nostri, attraverso le parole di Dal Bon diventa uno strumento di conoscenza per tutti, anche per chi non vive sulla propria pelle "fitte di angoscia, vibrazioni. Di muscoli nervi articolazioni. Ogni giorno."

Fin qui potrebbe sembrare una semplice dolorosa testimonianza di ciò che succede a chi incontra nella sua vita il dolore di una malattia. Da una spensieratezza giovanile, di viaggi canne e belle donne, si piomba nella sua stagione all'inferno per poi risalire lentamente. Spiazzante è, in ogni caso, la sua capacità di "dialogare con il virus".

Ma il salto, il doppio salto che colpisce, è l'invito di Dal Bon al lettore, o se preferite alla società nella sua interezza, a comportarsi allo stesso modo con chi usa sostanze, e in special modo con la manifestazione più palese di questo fenomeno. Ecco allora la storia dei Ragazzi della Panchina, gruppo di strada di Pordenone di cui l'autore è uno dei fondatori, che si intreccia alla sua in un percorso di crescita comune, e ricopre per la società il ruolo che per lui ha avuto la sieropositività. Per analogia, dice in sostanza, anche la società pervasa in tutto il suo tessuto dalla tossicità (e illuminante in questo senso è il riferimento alle "polveri sottili" nell'illustre postfazione di Andrea Zanzotto) invece di affannarsi nell'inutile tentativo di espellere chi usa sostanze dalla sua "cultura", ne faccia la "propria" paradossale risorsa per capirsi.

Dal Bon mette lo strumento, e non a caso sceglie di narrare in maniera circolare, regalando a sé e al suo interlocutore la possibilità di rivisitare questi anni da un punto di vista diverso, con altri occhi, preziosi proprio perché diversi da quelli che solitamente vedono, e poi raccontano, la Storia. La sua faccia in copertina carica il suo scritto della responsabilità di essere il canale attraverso cui far sì che questo dialogo avvenga. Invita ad entrare dentro, dentro i suoi occhi, come in uno specchio ad immedesimarsi in lui, a lasciarsi condurre da una narrazione che regge l'urto e non scivola mai nel pietismo o nella banalizzazione del dolore. E il suo volto, alla fine, quando tutto d'un fiato si è letto fino all'ultima riga e con un sospiro si appoggia il libro sul tavolo, diventa l'icona di una generazione.


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