Non che l'ombra faccia sempre paura
Non che l'ombra faccia paura

Paolo Lutman. Non che l'ombra faccia sempre paura
edizioni biblioteca dell'immagine, 2006

Anche ad un occhio distratto non saranno certo sfuggite, tra le note biografiche dell'autore, quelle due date messe tra parentesi. E se, nella bella prefazione, il curatore Piervincenzo Di Terlizzi invita il lettore a mettere da parte la vicenda autobiografica per assaporare le indubbie capacità narrative di Paolo Lutman, la costruzione e direi anche la sequenza dei tre testi teatrali non fa che rimandare a quelle due date.
Nel coraggioso e lucido sforzo di mettere in scena la propria vicenda vediamo infatti rarefarsi, scena dopo scena, atto dopo atto, un tessuto connettivo fatto di relazioni sociali, umane, affettive, lo vediamo sbriciolarsi fino al momento in cui "toccate da un solo colore, le cose perdono la densità e le differenze del giorno a favore di una tinta unica, di uno sguardo simile, che prelude al buio, alla dissolvenza, all'assenza."
La sapida rivisitazione della propria esperienza lavorativa, la presa di coscienza della distanza tra una desiderata ideale uguaglianza tra i lavoratori e la cinica realtà imperante e il rifiuto di "quel - questo - mondo" (non mi avrete!), innescano un processo di progressivo allontanamento dai luoghi e dai modi (criticabili e criticati da Lutman con acuta e abile scrittura) del vivere quotidiano, l'appartarsi in un dialogo in cui a poco a poco spariscono, volenti o nolenti, gli interlocutori.
C'è lo spazio per regalare un'identità a una sinistra alla disperata ricerca di punti di riferimento ( "Chi è di destra fa di sè il centro del mondo, chi è di sinistra fa del mondo il centro di sè. Sono due posizioni egualmente condivisibili. Io preferisco la seconda."), per elaborare attraverso la scrittura, anzi, attraverso la rappresentazione, perchè ricordiamoci che sono testi teatrali, la fine di una storia d'amore ( e comunque "l'altro" Ë identico a lui, è un "se stesso" trasposto, quasi che nessun'altra tipologia di figura maschile sia ipotizzabile accanto alla "sua" donna), per il tentativo disperato di mettere in comunicazione la propria parte razionale con quella emotiva (il dialogo tra le proprie due mani).
Di questo continuo tragico gioco di specchi, però, l'autore-attore-spettatore resta prigioniero, e la catarsi avviene sul palcoscenico della vita, non nella vita stessa. Purificato è l'attore e non lo spettatore, solo l'attore può dire "e non c'è, realmente, momento più bello di quello che precede la scelta, di quello che sto vivendo ora, in questo momento, di quando sei sospeso ancora nell'aria".
Così, non c'è più terra, solo aria, sotto i piedi, tutto è niente, il contatto con la realtà si è perso chissà dove lungo il percorso: lo specchio si è rotto. E per l'autore, ormai, "non c'è nulla da dire", ormai "non c'è nulla da sapere", ormai: "non c'è cosa più grande che puoi conoscere".


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