Storia
1995 - 2000

Pordenone, nord est d'Italia: piccola città, ricca, con un reddito pro capite medio alto, città con importanti insediamenti industriali e in cui vi è pressoché piena occupazione. Città, anche, in cui il rapporto percentuale tossicodipendenti- popolazione era, nel corso degli anni ottanta, tra i più alti d'Italia.

Per comprendere il fenomeno Ragazzi della Panchina è forse utile partire proprio da qui: da una città che presenta in quegli anni una forte contraddizione in termini di qualità della vita tra la maggioranza della sua popolazione e una minoranza significativa della sua giovane generazione. Il problema, trascurato in quel periodo, mostrerà il suo volto più drammatico a dieci anni di distanza, quando la sieropositività porterà a termine il suo decorso allora inevitabile. Per una realtà come Pordenone sarà un brusco risveglio, quello della metà degli anni novanta, anche in considerazione del fatto che, in rapporto alla popolazione, le morti si portano via in quei dieci anni quasi un'intera generazione.
Un brusco risveglio, dunque.

I ragazzi si trovano presso una panchina all'uscita dell'ospedale civile. Il luogo di ritrovo non è nascosto ai più, anzi: c'è un continuo viavai di persone che vedono e passano oltre, incuranti all'apparenza di ciò che succede. La panchina è un "monstrum", un'esibizione di un grido silenzioso che la città ancora non ha raccolto. Il grido si spegne nella frattura che c'è tra i due gruppi sociali, che si mal sopportano vicendevolmente. Ma le morti, quelle morti, rendono palese un sommerso che per svariati motivi si era lasciato andare alla deriva.

Le strutture di competenza, Servizio Tossicodipendenza e Servizi Sociali, si trovano impreparate a gestire un'esplosione di aggressività così improvvisa; per contro i ragazzi si vedono impotenti, e non sanno come uscire da questa situazione. Lo fanno in maniera rivendicativa, cercando i colpevoli di quella situazione; lo fanno in maniera disperata, perché il tempo stringe. Si forma un gruppo in nuce, persone che vivono l'Hiv sulla loro pelle. Chiedono aiuto a un medico del SerT perché possa nascere qualcosa che dia loro una mano.

Intanto purtroppo le morti continuano e i mezzi d'informazione tengono alta l'attenzione sul problema. Il medico cerca uno strumento che possa scuotere tutte e due le realtà , sia quella di chi consuma sostanze sia il quotidiano della comunità di Pordenone; per lui l'emergenza è sociale, non riguarda solo la parte legata al consumo di sostanze. Pensa alla poesia e contatta uno dei massimi poeti viventi, Andrea Zanzotto, per un incontro aperto a tutti sul tema "L'uomo di fronte ai fatti estremi". Chiede ai ragazzi un confronto su questo tema con il poeta. Riesce in questo modo a stabilire un contatto diverso, a dare uno stimolo. Coinvolge due assistenti sociali del Servizio Tossicodipendenze per cercare di elaborare i messaggi che provengono dai ragazzi; i ragazzi a loro volta si coagulano intorno a un leader che all'interno della "piazza" ricopriva già questo ruolo.

Le riunioni settimanali al SerT si susseguono ed emergono temi di grande sofferenza. Iniziano a crearsi relazioni diverse tra le stesse persone che frequentano la "piazza". Contemporaneamente attraverso iniziative di respiro più ampio il gruppo esce allo scoperto e incontra la città. Le reazioni sono contrastanti ma ci sono: la risposta della città funge a sua volta da stimolo per il proseguimento dell'esperienza: l'apprezzamento da parte della società ha incrinato la convinzione di impotenza. Il gruppo vuole lasciare un segno, ripristinare un ponte interrotto. Esplicita questa volontà attraverso la richiesta di una sede in centro alla città. Richiesta che spiazza anche la città e apre un dibattito che coinvolge tutta la comunità attraverso i suoi rappresentanti. Si arriva addirittura ad indire un consiglio comunale per stabilire o meno il patrocinio del Comune all'apertura della sede. All'approvazione seguono fiaccolate e petizioni di protesta di cittadini del quartiere in cui sorgerà la sede dei ragazzi. Tutto questo a significare quanto la città comunque si sia mobilitata intorno a questo gruppo.

Il gruppo continua a riunirsi in una stanza del Sert e riesce a capire che un atteggiamento rivendicativo non paga; si devono usare altre armi: mediare, proporre, pazientare, coinvolgere anche chi non consuma sostanze, convinti che la strada per il riconoscimento e il riscatto è lunga. Nel 1999 Nasce l'Associazione "I Ragazzi della Panchina". L'idea di creare un'associazione parte dal bisogno di riconoscimento sociale e civile di identità al gruppo. Il suo obiettivo è promuovere attraverso iniziative di diverso respiro un'idea più articolata del mondo di chi consuma sostanze. L'idea è di approccio alla persona, non al "tossicodipendente". Questo gruppo, ora divenuto associazione, ha ottenuto nel 2000 il patrocinio del Comune ad aprire una sede in centro alla città, come si era prefissa.

2000-2005

La sede è aperta tutti i giorni, e si prefigura come un ponte, un luogo fisico e ideale di scambio, di dialogo con la città stessa. All'interno della sede si organizzano tutte le attività e le iniziative dell'Associazione, queste sono pensate, in un'ottica di integrazione tra il gruppo e la società. In particolare dal 2000 è nata una collaborazione con lo scrittore Pino Roveredo che ha portato all'allestimento di numerose rappresentazioni teatrali.

Iniziative quali il compleanno della sede o la giornata mondiale della lotta all'AIDS servono per testimoniare la presenza nel tempo, la storia, del gruppo come parte attiva della città. La sede è anche un luogo di incontro di diverse realtà: sempre più pronta ad incontrare di volta in volta rappresentanti di cooperative, comuni, referenti regionali, tesisti e tirocinanti, studenti delle scuole superiori, familiari, ecc., è quindi un luogo aperto al confronto e allo scambio.

Il gruppo tiene inoltre una fitta corrispondenza con chi è detenuto e la sede funge spesso da cuscinetto al momento dell'uscita, riducendo il rischio di overdose, che è il più alto al momento della riacquistata libertà.

Nel corso di questi anni sono stati scelti vari strumenti per perseguire l'obiettivo dell'integrazione. Importante è stata nel 2005 l'uscita per le Edizioni Biblioteca dell'Immagine del libro "Karica Vitale" di Gigi Dal Bon (leader del gruppo), questo si sta rivelando efficace per parlare e far parlare di temi difficili da affrontare quali il consumo di sostanze e l'HIV, in particolare nelle scuole superiori.

A dimostrazione della credibilità raggiunta l'Associazione è stata invitata a partecipare ai Piani di Zona indetti dal Comune di Pordenone, in particolare è stato offerto il proprio contributo al tavolo sulle Dipendenze.

Dal 2000 è nata una collaborazione con il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Padova. Il gruppo ha tenuto negli anni alcune lezioni, ha partecipato ai convegni promossi dal Dipartimento su queste tematiche, è stato oggetto di tesi di laurea e di tirocini di vari studenti. Questa collaborazione ha portato alla "Valutazione di processo e di risultato dell'azione-intervento denominata "I Ragazzi della Panchina", ricerca che è stata presentata all'Assemblea dei Sindaci della Provincia di Pordenone e sarà a breve presentata alla città. L'associazione si rivela così punto di intersezione in questo ambito tra Azienda Sanitaria, Comune, Università e terzo settore, aprendo interessanti prospettive per il futuro.


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