Una panchina per uscire dal "buco"

Martedì, 31 Maggio 2005

Si racconta in un libro uno dei protagonisti dell'esperienza di autoaiuto realizzata dai tossicodipendenti pordenonesi

Una panchina per uscire dal "buco"

Una forma di socializzazione nata ad una fermata d'autobus e diventata un modello terapeutico

Pordenone, nostro inviato

Ora a quella panchina vicino al servizio tossicodipendenze di Pordenone guardano gli operatori antidroga di tutto il mondo, quell'esperienza di "auto-aiuto" e di socializzazione fra derelitti è diventata un modello scientifico, dopo essere stato un approdo umano. E adesso, grazie alla testimonianza diretta di uno dei "ragazzi della panchina" - Gigi Dal Bon - della cosa potrebbe anche interessarsi il teatro.

Ma l'inizio fu tutt'altro che facile, come ha testimoniato qualche anno fa nel primo libro, "I ragazzi della panchina", il giornalista Letterio Scopelliti. Non solo perchè a quel ritrovo volante dei giovani tossici che frequentavano i servizi dell'Usl, i pordenonesi guardarono subito con sospetto e ostilità. Ma soprattutto perchè il loro numero si andò per un certo periodo sempre più assottigliando, perchè Aids, suicidi, incidenti sembravano aver fatto di quella panchina, più che una piattaforma per la salvezza, una triste anticamera della morte.

Dal Bon, pordenonese, 45 anni bruciati dalla droga e dall'Aids, racconta ora la sua storia in un libro pubblicato dalla Biblioteca dell'Immagine col titolo "Karica vitale" (parafrasi di "Carica virale", locuzione ben nota ai sieropositivi), e sottotitolo "Carriera di un tossico". Del suo lavoro si è interessato anche Giuseppe Baresi, regista di Marco Paolini: potrebbe ricavarne un lavoro teatrale, com'è già avvenuto con il volume di Scopelliti.

Ma soprattutto sull'esperienza della panchina ha svolto un'approfondita ricerca (con 800 interviste agli addetti ai lavori) la cattedra di psicologia delle tossicodipendenze dell'Università di Padova, che la presenterà probabilmente il 13 giugno. E il professor Gian Piero Turchi, responsabile scientifico della ricerca e autore della prefazione al libro di Dal Bon (l'introduzione è dello scrittore triestino Pino Roveredo, la postfazione di Andrea Zanzotto), non ha timore nell'anticipare già che "questo lavoro ha una valenza internazionale, perchè dimostra il valore di un progetto efficace, che a partire dalla strada ha trasformato e sta trasformando il territorio circostante rispetto alla concezione dei consumatori di sostanze illegali, e alla loro stessa diffusione". In altre parole, se Pordenone sarà un po' meno toccata dal disagio giovanile e dalla diffusione delle droghe, dovrà essere grata a questi suoi "figli degeneri" che giusto una decina di anni fa trovarono rifugio attorno a quella panchina - come su una navicella sbattuta dalle onde - dalle tempeste che rischiavano di far naufragere le loro vite.

"Io me li ricordo bene - racconta Alessandro Zamai, medico e psicologo trevigiano che lavora nel servizio tossicodipendenze di Pordenone - All'inizio erano una trentina a radunarsi attorno alla panchina della fermata degli autobus. Molti di loro erano già morti, senza che nessuno se ne accorgesse per giorni e giorni, e non nessuno che seguisse la bara al funerale. Ecco, da quella panchina partì soprattutto una richiesta forte alla città: "siamo persone, abbiamo anche noi una nostra dignità". Una richiesta di rispetto rivolta all'esterno, che presupponeva però un'acquisizione di rispetto verso se stessi. E così da quella presa di coscienza si avviarono i primi contatti con la realtà circostante, all'inizio guardinghi o addirittura ostili, poi via via più sereni e costruttivi".

Partirono lettere ai giornali, firmate collettivamente, ci furono incontri con le istituzioni, con le scuole: "E la città cominciò a capire che anche questi erano suoi figli, e che quello che stava capitando a loro poteva succedere a chiunque".

Per quella panchina sono passati, metaforicamente, 230 ragazzi, che hanno trovato - se non sempre la salvezza - almeno condivisione e comprensione: anche se nel frattempo i "soci fondatori" sono in gran parte deceduti, se quell'esperienza si è strutturata in un'associazione ospitata all'interno dei servizi, se al posto della mitica panca ora c'è una... banca.

"La città, con le sue istituzioni e i suoi servizi, ha risposto - commenta Zamai - anche perchè ha visto che da quella esperienza nascevano frutti positivi. Molti di quei giovani sono usciti dalla droga, e addirittura dal metadone, altri hanno trovato qui indicazioni per curarsi, aiuto per trovare una casa, sostegno nel lavoro, sono diminuiti i furti attribuibili ai tossici. Ma nella sede si può anche guardare semplicemente una partita insieme, decidere di promuovere un dibattito, costruire collegamenti con i detenuti, o con gli immigrati in situazioni di disagio".

Un'esperienza a cui hanno cominciato a guardare con interesse gli esperti di tutta Italia, e spesso anche all'estero, alla ricerca delle strategie più efficaci per combattere le tossicodipendenze. Una lotta a cui arriva adesso - con il libro di Gigi Dal Bon - il contributo diretto di uno dei protagonisti, che parla in prima persona e senza mediazioni ai giovani con l'autorevolezza di chi è passato attraverso l'inferno, uscendone pesantemente ammaccato, ma vivo, e ancora capace di gridare, sia pure con la voce velata dalla malattia: "Attenzione, la trasgressione è bella, ma ha dei costi elevatissimi". E ancora: "Anche dall'abisso si può uscire, e ritrovare il coraggio per affrontare una nuova vita".

Sergio Frigo


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